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Ambiente: Economia, ambiente e immigrazione



Premesso che una Associazione ambientalista "non deve" occuparsi di questioni complesse se non sotto l'aspetto ambientalista, altrimenti si crea solo confusione controproducente, vogliamo qui fare qualche considerazione economica- ambientale  sull'immigrazione.
Considerazioni che saranno certamente "antipatiche", ché l'economia è chiamata anche la "scienza triste", perché tratta dei bisogni umani,  in genere sempre insoddisfatti. Ma tuttavia è l'unica scienza che permetta un approccio razionale e non emotivo a determinati problemi, che affrontati cone emotività diventano irresolubili, o anche solo confusi.
Che “l’immigrazione sia una 'sfida ineludibile dei tempi moderni''  è una frase talmente comune e scontata, che quasi nessuno si sofferma ad analizzare se, come e quanto sia vera. Ma chi vuole vincere una sfida deve innanzitutto capire “chi” gliela lanci, e soprattutto come vincerla. Altrimenti ricorda il signor Cacini.
Anche scrivere che “è una sfida che nessun Paese puo' affrontare da solo” è una ovvietà che nessuno contesta (come dire “è meglio essere belli e ricchi che brutti e poveri”!), ma quando si va a scrivere che allora è necessario che ogni Paese agisca, i combattenti da giornale sfoderano stilografiche e bicchieri da cocktail con gran rumorìo di telecamere.
Il fatto notevole dei provvedimenti presi dall’attuale Governo italiano è che, notate, sono forse i primi “veri” provvedimenti presi da “un” Governo italiano dal 1990 in poi, cioè da quando il fenomeno immigrazione è divenuto un fatto sociale. Ma una associazione ambientalista, come Ambientevivo, deve occuparsi del suo obiettivo sociale, non dell’universo e dintorni; altrimenti si cade nella stessa logica che fa candidare al Parlamento Europeo delle belle ragazze (veline, presentatrici, o altro..) solo perché sono conosciute. A costo di essere ovvii, vogliamo ripetere che ben svolgere un lavoro occorre essere innanzitutto competenti: chi deve curarsi non chiede al medico se è un bravo pittore. Il mio lo è, ma non vado da lui per discutere del suo ultimo quadro.
Tuttavia l’immigrazione (non solo quella verso l’Italia) ha oggi, diversamente da quelle precedenti, non solo cause sociali, ma anche cause ambientali.
E’ indiscutibile che milioni di persone vogliano sfuggire a governi dittatoriali, oppressivi e illiberali, sfruttando la possibilità moderna di spostarsi in tempi brevi e a costi bassi; è chiaro che questo meccanismo di fatto si traduce in un rafforzamento di codesti regimi, poiché coloro che potrebbero cambiarli sono i primi a fuggire; è ancora più chiaro che codesti regimi non hanno alcun interesse a frenare la fuga dei loro sudditi superflui, che permette loro di esportare il problema.
E’ chiarissimo che, fuori dalle cause politiche, moltissimi che vorrebbero emigrare lo vogliono per fuggire dalla povertà e dalla miseria; ed è più che chiarissimo che la miglior soluzione per fermare l’emigrazione sarebbe eliminare la povertà e la miseria in quei paesi.
Ma…questa povertà e miseria a cosa sono dovute? La risposta è nelle informazioni che ogni giorno possiamo leggere su tutti i giornali, ma che non sono mai espresse chiaramente alle masse, anche se chiarissimi agli addetti.La risposta è in una parola: sovrappopolazione. L’elenco dei paesi la cui emigrazione preoccupa coincide al 100% con l’elenco dei paesi sovrappopolati; altrimenti perché nessun italiano ha mai pensato di preoccuparsi degli immigrati svedesi, ungheresi, polacchi, ungheresi, statunitensi, che pur formano comunità non trascurabili? E se la preoccupazione di chi spaccia tutti gli immigrati per profughi politici fosse sincera, allora come mai è stata dall’Unione Europea fermamente respinta ogni ipotesi di un “canale preferenziale” di immigrazione per i cristiani iraqeni, che stanno subendo massacri?
Il tasso di crescita della popolazione del Nord Africa , e dell’Africa Centrale, è tale che nessuna economia può crescere ad un tasso sufficentemente alto e tale da consentire un aumento del PIL pro-capite; il boom economico della Cina è figlio della politica di contenimento delle nascite, che ha causato tra l’altro uno sbilanciamento di circa 60 milioni di maschi su una popolazione di 1.400 milioni; il boom italiano fu anche figlio del crollo dei figli per famiglia che si è avuto dagli anni ’50 in poi. La crisi ambientale africana è anche figlia della spaventosa crescita della popolazione, che divora le risorse naturali ad un ritmo incompatibile con qualunque recupero dovuto alle tecnologie.
La popolazione abitante in Italia ha superato i 60 milioni, di cui circa 5 milioni di etnìa non italiana; una quota che potrebbe essere con il tempo tranquillamente assimilata, se non che  il tasso di crescita medio di tale quota non è sceso a livelli italiani, anzi. Di fatto anzi l’evento immigrazione consente, fruendo anche del welfare italiano e dell'assenza di meccanismi disincentivanti (presenti e attivi invece per chi è inserito nei ruoli dei "fiscalmente sensibili" , di mantenere tassi di crescita della popolazione ospitata già insostenibili nel paese d’origine.
Che cosa ha a che fare questo con l’ambientalismo? Tutto. Perché l’ambientalismo è nato in Paesi di relativo benessere, dove il raggiungimento di un livello di vita soddisfacente ha consentito di porsi il problema del danneggiamento ambientale; mentre nei Paesi dove la popolazione vive in condizioni di povertà estrema il primo obiettivo è sopravvivere, e dell’ambiente sarà quel che sarà.
Qualche decennio fa il Club di Roma ha  diffuso un libro su “I limiti dello sviluppo”, ormai dimenticato perché tecnologie nuove permisero di risolvere i problemi man mano che si presentavano; ma il problema è rimasto, perché oltre un certo livello di bisogni umani su un territorio anche la tecnologia ha i suoi limiti. L’Italia, che dipende dall’estero per cibo ed energia, ha già dimenticato che nessun Paese esporta ciò di cui ha bisogno, che sia grano per mangiare o sia gas per il riscaldamento; come ha dimenticato che il territorio italiano gode adesso di un relativo benessere non solo grazie ad una economia di import-export, ma anche grazie ai 60 milioni di emigrati italiani. L’Italia ha anche dimenticato che quella emigrazione italiana era richiesta, e si rivolgeva verso territori praticamente vuoti di presenza umana, così come non vede che l’emigrazione italiana verso l’estero nel 2007 è stata di 300.000 persone, che hanno giudicato le prospettive future in Italia talmente negative da rendere conveniente l’emigrazione per sempre (si tratta di giovani, preparati e motivati).
L’ambientalismo non è la filosofia di chi non vuole “sporcare” l’ambiente perché è bello, ma è la filosofia di chi si rende conto di essere inesorabilmente parte dell’Ambiente, in cui e di cui vive e respira. Dimenticare che l’Italia è un Ambiente limitato ha già trasformato la Campania in una discarica illegale ( i rifiuti da qualche parte vanno accantonati); continuare a dimenticarlo, accettando che la popolazione continui a crescere senza criterio, significa non porsi il problema delle conseguenze ambientali. E questo, in uno Stato che brilla per la sua incapacità di far applicare le regole (ho degli amici immigrati, e alla domanda sul perché abbiano scelto l’Italia la risposta è sempre: “Perché qui è facilissimo entrare, nessuno ti manda via, poi c’è la sanatoria, e ci sono ottimi servizi sociali gratuiti con un fisco ridicolo!”), più che un segnale rosso è un preavviso di morte ambientale per il territorio italiano. Da ambientalisti dobbiamo ricordare (come ben sanno gli abitanti di Sarno) che un fatto inevitabile lo resta anche se non accade subito; sopravvive chi pensa e provvede in tempo.
L’immigrazione è certamente una sfida, ma si vince combattendo il problema alla radice, dove nasce, non lasciando che cresca e si propaghi; ma in venti anni i Governi italiani sono stati totalmente assenti in questo campo. E l’Ambiente ha accumulato, e continua ad accumulare, le conseguenze.
Questo in termini economici significa aumento dei costi delle materie prime, dell’acqua, significa impoverimento. In termini di costi pubblici significa che il vantaggio per l'impresa privata dell’incremento di una unità di mandopera è più che compensato dall’incremento dei costi sociali di assistenza, istruzione, sanità; alal fine al comunità nel suo complesso è più povera. 
Così come il problema delle discariche illegali non si risolverà lasciando agire i meccanismi connessi all’interesse privato, ma con atti dello Stato (ad esempio imponendo che le imprese non possano pagare il trattamento dei rifiuti meno di un determinato costo standard), così il problema dell’immigrazione innescata dal degrado ambientale seguente alla sovrappopolazione non si risolverà lasciando agire i meccanismi dell’interesse egoistico di chi vuole scaricare i costi della sovrappopolazione su altri Stati, ma ribaltando i costi da ciò creati sui responsabili.


Postato il Lunedi, 25 di Maggio del 2009 (14:25:17)
da: albertoperotti
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