| Borghi storici e new town - Un binomio incompatibile |
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La storia urbanistica e culturale d’Italia è fatta di borghi. Purtroppo i recenti “commenti politici” e “proposte di intervento” in occasione del terremoto che ha colpito l’Abruzzo in questi giorni, hanno ancor di più offeso e affossato queste realtà urbane e culturali, importantissimi nella nostra storia che rende ed ha reso l’Italia unica su tutto il pianeta.
Sono infatti centinaia i piccoli borghi d'Italia che rischiano lo spopolamento ed il conseguente degrado a causa di una situazione di marginalità rispetto agli interessi economici che gravitano principalmente intorno al movimento turistico e commerciale. Marginalità che inevitabilmente porta all’abbandono che significa annientamento. Così quando si abbattono calamità ed eventi drammatici i primi ad essere disintegrati sono proprio i piccoli centri abbandonati. Perché non adeguatamente protetti, menutenuti, ristrutturati e consolidati perché non rappresentano evidentemente fulcro valido di interessi economici. Ma non è proprio così. È nostra opinione che bisogna raccogliere le giuste istanze di quegli amministratori più accorti e più sensibili alla tutela e alla valorizzazione dei Borghi, e sviluppare il grande patrimonio di Storia, Arte, Cultura, Ambiente e Tradizioni presente nei piccoli centri italiani. L'Italia minore, quella a volte più sconosciuta e nascosta, rappresenta al meglio il dipanarsi della storia millenaria che ha lasciato i suoi segni indelebili soprattutto in questi luoghi rimasti estranei dallo sviluppo e dalla modernità a tutti i costi e per questo ancora portatori di valori e istanze genuine ed originari senza alcuna contaminazione di freddo modernismo e cinico progresso .
Ed è in questo sentimento che, a proposito dell'idea di “new town”, lanciata dal Presidente del Consiglio pensando alla ricostruzione della città di l’Aquila distrutta dal recente terremoto, ci permettiamo di scandalizzarci e indignarci e affermiamo che ''non si può riprendere un modello letterario come quello della “new town” totalmente estraneo alla nostra cultura e tradizione storico-urbanistica che per di più, dove è stato realizzato, non ha funzionato, tranne alcuni limitatissimi esempi'' e vomitarlo addosso ad un luogo senza criterio.
Le new towns, dette anche "città giardino" (in realtà le “new Towns” inglesi sono "le figlie europee" della “garden city” città giardino americana dei primi anni del ‘900), sono sorte in Inghilterra a partire dal 1947 per controllare la crescita preoccupante di Londra. Alla base della new towon c'è l'ideale utopistico-socialista in cui gli operai vivevano meglio vicino alla fabbrica, queste “città parallele” inglesi sono ben collegate con la capitale tramite servizi ferroviari ed autostradali provviste di tutti i servizi, dai cinema alle università. Lo schema urbanistico di impostazione è molto semplice: al centro della new town si trova un'area amministrativa-commerciale, circondata interamente da quartieri residenziali, separati da parchi e piccole aree agricole caratterizzati da colorate villette a schiera con il tradizionale giardino.
Il concetto di città-giardino fu usato per la prima volta a New York, nel 1869 per indicare un sobborgo caratterizzato da case con giardino e venne teorizzato con precisione da Sir Ebenezer Howard, che lo applicò concretamente con la costruzione di Letchworth (1903) e Welwyn (1919). Le new town in Italia risalgono agli anni del boom economico per frenare la crescita incontrollata delle grandi città (Roma, Napoli, Milano, Torino). Si parlò molto della costruzione di due new town, una a nord e una a sud di Roma, collegate alla capitale tramite due superstrade ma poi il progetto cadde nel vuoto. Oggi, l’unico esempio di new town italiana è Milano 2 costruita negli anni Settanta dalle imprese edili di Silvio Berlusconi, o Cervia, in provincia di Ravenna, mentre un tentativo (fallito) in tal senso è rappresentato da Librino, quartiere satellite di Catania. Ma non sempre l'idea originaria ha dato i risultati sperati. In molti casi la vicinanza con un grande centro ha finito per inglobare la città giardino, in altri l'ha resa semplicemente un quartiere dormitorio o una borgata.
Non vogliamo mettere qui in evidenza, come del resto sarebbe facile farlo, un qualche interesse poco chiaro dietro le parole del premier ma non vogliamo neanche che si punti a costruire una nuova Aquila, Aquila2 , Aquilinina o chissà quale altro nomuncolo ignobile, vogliamo fortemente e assolutamente ricostruire la città di l’Aquila la dove è nata, nello stesso medesimo sito che ne vide la fondazione nel 1254 per volontà degli abitanti dei castelli del territorio circostante. L'Aquila è una città particolare, unica nel Medioevo italiano, nata non per una casualità ma per progetto secondo un disegno armonico che non trova precedenti nella storia dell'architettura urbana. Fu costituita dall'unione di molti villaggi della zona (99, secondo la tradizione leggendaria) ognuno dei quali costituì un quartiere legato al villaggio-madre centrale corrispondente all’attuale centro storico disgraziatamente oggi distrutto e compromesso, ma non per questo dev’essere abbandonato.
Vogliamo che l’Aquila venga ricostruita con le sue strade, le sue piazze, i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi palazzi, le abitazioni, i vicoli e quanto costituisce ed ha costituito fino a qualche giorno fa, patrimonio artistico ineguagliabile.
Oltre a questo, possiamo pensare a qualsiasi altra iniziativa di ricostruzione come le new town od anche qualsiasi altra scelta urbanistica, parallela forse, aggiuntiva sicuramente ma non l’unica in quanto ribadiamo l’unica priorità di intervento è la ricostruzione del centro laddove la storia ce lo ha consegnato fino ad oggi. E ciò vale sia per il capoluogo di provincia come per tutti i centri medi e piccoli coinvolti in questa disgraziata e terribile sciagura.
Facciamo che alla sciagura naturale non si sommi anche sciagurate scelte politiche.
Postato il Venerdi, 10 di Aprile del 2009 (15:24:09) da: guido Valuta questo articolo
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