Boicottiamo gli inquinatori
Data: Martedi, 13 di Gennaio del 2009 (20:38:44)
Argomento: Annuncio


Ambientalisti, avete  mai pensato al boicottaggio sistematico? Al non comprare i prodotti fabbricati da chi danneggia l’ambiente?
E’ l’essenza della non-violenza Gandhiana: procurarsi il sale da soli per non pagare la tassa al governo inglese, tessere le stoffe in casa per mantenere un artigianato locale.


E non c’è nulla di innovativo, o di rivoluzionario; è un’arma assolutamente pacifica, ma efficace, perchè si toccano “le tasche” di lorsignori.
 
Un boicottaggio (non ambientalista) è partito in questi giorni: quello dei prodotti fabbricati in Israele. La guida per boicottare il Made in Israele ha cominciato a girare per email: chi riceve il messaggio lo inoltra a chi vuole, e nel giro di poche ore la lista si sparge in lungo e in largo.
Tutto è partito dal sito della comunità di Chieri, in Piemonte. È uno dei 40 gruppi spontanei nati in Italia dopo il '68. L'elenco completo si trova all'indirizzo www.cdbchieri.it nella rubrica archivio e approfondimenti: tra i link «Impero Usa» e «Berlusconi», poco sotto le voci «repressione nella Chiesa» e «omosessualità e Chiesa».
Una lista secca, senza commenti o spiegazioni. Solo la scritta «Boicotta Israele» e poi giù le marche divise per categoria: Intel, microprocessori e periferiche; Epilady/Mempro, depilatori... I prodotti in lista sono un centinaio. Ad alcuni, come i pompelmi Jaffa o i vini del Golan, si  arriva facilmente, basta il nome. Per altri, invece, c'è dietro un'attenta ricerca di mercato: chi si sarebbe aspettato, per dire, di trovarci dentro anche i vestiti firmati Calvin Klein?
«Sì, quella lista sul sito l'ho messa io», racconta S.L, pensionato, uno dei 20 componenti della comunità di Chieri, curatore del sito web. Dice però che non è stato lui a far partire la catena di mail Forse è stato qualcun altro a diffondere l'elenco sulle mail dopo un giro su internet e un veloce copia e incolla.
 
Ma questo non vuol dire che il signor L., e la sua comunità, abbiano cambiato idea: «Il principio è ancora valido. Non bisogna boicottare in Italia i negozi di ebrei, che con le violenze di Gaza non c'entrano nulla. Giusto invece non comprare i prodotti fabbricati in Israele, per far capire al governo di quel Paese che su Gaza sta sbagliando. Noi con il popolo di Israele abbiamo tante affinità, a cominciare da come interpretare le scritture. Questo non è razzismo, ma critica politica». E Hamas? «Da condannare anche loro. Sbagliano tutte e due i gruppi dirigenti solo che le conseguenze ricadono in modo ben diverso sulle popolazioni: i palestinesi soffrono di più». D'accordo con il cardinale Martino, che ha paragonato la Striscia di Gaza a un grande Lager? «Credo che abbia proprio ragione». È forse la prima volte che le gerarchie vaticane sono in accordo con queste  comunità di base , il cui fondatore, Dom Giovanni Franzoni, fu sospeso a divinis per aver detto che al referendum sul divorzio del 1974 bisognava votare secondo coscienza e non ascoltando le indicazioni della gerarchia della Chiesa.
 
Non giudichiamo questa iniziativa ad essa si affiancheranno sicuramente liste di boicottaggio dei prodotti di Hamas, siriani, iraniani, eccetera, (ci limitiamo all’ambiente, ed è fin troppo),  ma l’idea del boicottaggio ambientale è ottima.
Tanto per cominciare possiamo non acquistare prodotti senza i necessari marchi di qualità, o che sappiamo fabbricati in paesi che non puntano alla riduzione dei gas serra (ad esempio la Cina e gli USA, che non hanno aderito al protocollo di Kyoto). Oppure boicottare i fast food che non attuino la raccolta differenziata dei rifiuti.
Possiamo fare moltissimo nel nostro piccolo, come il  mare:  è fatto di gocce, eppure sgretola le rocce.






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